Da qualche settimana la cronaca politica ci racconta della discussione sulla concessione del terzo mandato per Presidenti di Regione e Sindaci delle grandi città.
Curioso che i protagonisti di questo dibattito siano quasi esclusivamente quelli che personalmente e direttamente sono interessati alla vicenda. I Presidenti delle Regioni Veneto e Campania e per ultimo, sia pure con toni più sfumati, il sindaco di Milano. Come dire la politica piegata alle ambizioni personali.
Per onore di cronaca c’è da dire che il Presidente della regione Veneto, il “doge” Zaia, sta concludendo il terzo mandato, 15 anni di presidenza. E ne vorrebbe fare almeno altri cinque per arrivare a 20. Una eternità, un’era geologia per la politica di oggi.
Finora il record spetta a Roberto Formigoni che ha governato la Lombardia per ben 18 anni consecutivi a giudizio di molti non indimenticabili e soprattutto lasciandoci, giudiziariamente parlando, le penne.
D’altra parte con gli attuali ordinamenti e con l’elezione diretta, i Presidenti di Regione e i Sindaci dispongono di un grande potere e soprattutto di far dipendere i rispettivi Consigli dal loro ruolo così che se dovessero dimettersi, per qualsiasi motivo, politico o personale, contestualmente decadrebbero anche i loro Consigli.
È evidente che questo meccanismo se da una parte garantisce una più o meno surrettizia e forzata stabilità politica, dall’altra offre un potere forte ai presidenti, veri riferimenti monocratici del governo locale. Scelgono le rispettive Giunte, nominano dirigenti e funzionari, così ché il governo dei loro Enti è certo democratico ma dipendente in tutto dai Presidenti che hanno potere di vita e di morte sui loro livelli istituzionali.
Con questo sistema governare ininterrottamente per oltre 10 anni favorisce vischiosità con il potere, non rappresenta di certo né una panacea né un corroborante per il sistema democratico che alla fine viene compresso per una eternità (politica) vietando quel vitale e fisiologico ricambio non solo politico ma anche generazionale, favorendo per altro un professionismo oltre che politico anche presidenziale.
In un Paese in cui drammaticamente la politica ha perso progressivamente spessore, che è passato attraverso l’antipolitica e oggi alla apolitica con percentuali drammatiche di astensionismo, l’ultima cosa di cui si sentirebbe il bisogno è quella di affidare le nostre comunità a dei neo podestà, a dei caudillos che con il populismo convincono i cittadini che la politica è un intralcio, che la continuità personale e dunque di esercizio di potere, è la vera ricetta della stabilità e del buon governo.
In definitiva la battaglia per il terzo mandato non è altro che il frutto avvelenato del degrado e dell’impoverimento della politica, strumento per tamponare la partecipazione, per rendere la democrazia sempre più claudicante, un orpello, l’esercizio democratico, che alla fine si può evitare.
La speranza è che i partiti, pochi, che continuano ad esistere, sul punto facciano una battaglia vera e determinata, costi quel che costi, perché in definitiva sulla questione sarà in gioco il futuro del sistema democratico.

