Sulla nuova legge elettorale sentenzierà probabilmente la Corte Costituzionale ma di sicuro alcune criticità ci sono.
L’indicazione del Premier da suggerire al Presidente della Repubblica, la soglia per il premio di maggioranza troppo basso, l’enormità di firme da raccogliere per quei partiti non presenti in Parlamento, le preferenze che in realtà faranno eleggere solo pochi parlamentari dei partiti più grandi e nelle regioni più popolose.
Ma il punto non è la nuova legge elettorale ma la convinzione, sbagliata, che questa nuova legge elettorale garantirà il bipolarismo e soprattutto la stabilità di governo.
La realtà ci dice che anche in quei Paesi in cui tradizionalmente il bipolarismo era un obiettivo raggiunto ora non lo è più. Per anni si è sostenuto che i sistemi elettorali spagnolo, francese, tedesco, inglese, sia pure differenti fra di loro, garantivano una solida e comprovata stabilità politica ed erano portati da esempi virtuosi rispetto al rissoso ed instabile sistema italiano.
Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti. Nonostante le leggi elettorali favorevoli, quei Paesi sono oggi scossi da una drammatica instabilità politica e dal formarsi di movimenti politici non infrequentemente di matrici estremiste di destra ma anche di sinistra.
Sostenere la necessità di una nuova legge elettorale che garantisca stabilità politica è sbagliato e ignora le esperienze che stanno affrontando tanti altri Paesi europei. L’auspicata stabilità è solo la conseguenza di un risultato elettorale chiaro.
La stabilità politica e ci sarebbe anche da riflettere se la stessa sia politicamente un bene assoluto o in qualche occasione una iattura, vedasi l’esperienza americana con Trump, non è data dalla legge elettorale bensì dai programmi e dai partiti che li interpretano.
Aver indebolito le prerogative del Parlamento, aver ridotto i partiti in strumenti al servizio del capo e non dei cittadini e dunque macchine per la ricerca del consenso e non per la promozione di idee e programmi, ha ridotto il confronto politico in scontro muscolare.
Se la Consulta confermerà la costituzionalità del premio di maggioranza ma nessuno schieramento raggiungesse tale soglia, ci troveremmo non solo di fronte alla necessità di un accordo parlamentare tra partiti di opposto schieramento ma anche nella difficoltà di ricercare convergenze tra partiti e movimenti che la campagna elettorale ha reso ancora più incomunicabili tra loro.
Viceversa se una coalizione dovesse prevalere e lo fa per aver forzato accordi tra partiti diversi e concorrenti, al momento di garantire la governabilità promessa si troverebbero su sponde diverse e concorrenti.
Tutto va ricondotto all’ambizione di semplificare demagogicamente la politica, di offrire agli elettori un surrettizio quadro di unità che però è forzato e farlocco.
La soluzione sarebbe ricondurre la politica alla sua complessità, a far ritornare i partiti fucine di pensiero e proposte, rilanciare un sano parlamentarismo e sottrarre il Parlamento dalle sabbie mobili del votificio che ha sempre i soliti direttori d’orchestra.
Per tutto questo non sarà sufficiente una nuova legge elettorale ma una volontà collegiale a riscoprire un afflato democratico che oggi non si intravede.

