I giorni scorsi non sono mancate notizie e resoconti sul così detto “Patto del Monte” ovvero il patto di collaborazione tra le regioni Toscana ed Umbria. Oggi sappiamo che sarà facilitata la mobilità sanitaria tra i cittadini di confine, e ci mancherebbe visto che sempre italiani sono e che ridicola era l’assenza di totale flessibilità nell’offerta sanitaria a favore di cittadini colpevoli solo di risiedere a pochi chilometri dal territorio amministrato da una regione diversa. Il Patto prevede anche una cooperazione sul turismo oltre che un impegno comune sulla ormai fantomatica stazione per l’alta velocità e un sollievo, è proprio il caso di dirlo, all’assetato Trasimeno con le acque del Montedoglio.
Il tutto, chiamato un po’ pomposamente “Italia mediana”, offerto e pubblicato con dovizia di particolari e prodigalità di foto e strette di mano tra Presidenti delle due Regioni manco fosse il tanto auspicato accordo sulla proprietà della Groenlandia, appare sinceramente non decisivo per il futuro delle due Regioni.
Assomiglia invece ad un patto sindacale per fare la voce grossa, per modo di dire, verso un governo di colore diverso, oppure, più modestamente per auspicare l’esistenza di questo territorio.
Un accordo di questo tipo non ha però nulla di strategico, di definitivo e di determinante per questa parte d’Italia che anzi, in questo modo rimane mutilata di un’area, le Marche, la cui partecipazione al patto avrebbe offerto una ben altra prospettiva politica, amministrativa e perfino vocazionale.
Si sarebbero coinvolti 6 milioni di abitanti, un bacino secondo solo alla Lombardia, più del Veneto e della Sicilia, si sarebbe evitato l’evidente strabismo politico evidenziato con il patto esclusivo con la Toscana ma soprattutto si sarebbe garantito un equilibrio complessivo dei territori amministrati. Si sarebbe potuto perfino iniziare ad immaginare la creazione di una macro regione vero snodo e fulcro dell’Italia centrale. Ma questo è un altro discorso forse troppo impegnativo per tutta l’attuale classe politica nazionale.
Non è un segreto che se il nord dell’Umbria culturalmente e socialmente è legato al sud della Toscana, tutto il bacino centrale dell’Umbria, la Valle Umbra, lo Spoletino e in parte il ternano, gravitano fortemente verso il versante marchigiano. E questo ancora di più dopo che sono velocemente transitabili le trasversali stradali della val di Chienti, delle tre Valli e della tanto attesa Perugia Ancona. Ancor di più sarà con il troppo atteso raddoppio della linea ferroviaria Orte Falconara e l’intera percorribilità della Tre Valli da Spoleto verso la media valle del Tevere
Non aver considerato un patto complessivo coinvolgente le tre regioni sa tanto di automutilazione, una limitazione delle prospettive e vocazioni territoriali come se per la parte centro meridionale dell’Umbria non fosse essenziale la contiguità e la collaborazione con le Marche. Quest’ultima è un volano economico e produttivo ancora più importante di quello tra il perugino e l’aretino.
Se poi, a pensarla male, il “Patto del Monte” abbia avuto come incipit l’attuale omogeneità politica tra Toscana ed Umbria la cosa sarebbe ancora più grave perché assumerebbe il senso di una manovra prevalentemente interessata alle vicende della politica.
In definitiva ritorniamo sempre lì. Le iniziative appaiono frammentate, prive di una prospettiva complessiva e di una ampia visione del futuro, con l’accantonamento del dubbio, reale ed incombente, se una Regione, l’Umbria, possa davvero avere un futuro coltivando gelosamente ed anche con scarsa lungimiranza, un deciso isolamento, una pervicace resistenza verso una progettualità moderna e che coraggiosamente vada oltre alle tradizionali ma anche limitate prospettive di sviluppo turistico per altro oggi prevalentemente religioso legato a ricorrenze straordinarie e non ripetibili come i giubilei e gli ottocento anni francescani.
Pubblicato sul Corriere dell’Umbria il 1 febbraio 2026

