La campagna elettorale per il referendum sulla giustizia non sarà una passeggiata ma un duro confronto tra le parti e, sventuratamente, con uno sconfinamento in politica.
La posta in gioco sarà alta perché si definiranno le nuove regole della amministrazione della giustizia e si avranno anche inevitabili riflessi sulla politica.
Il referendum sarà l’ideale start di una campagna elettorale che porterà il Paese alle elezioni politiche del prossimo anno se la Meloni non deciderà di anticiparle. Ma questo dipenderà anche dall’esito del referendum stesso.
I partiti iniziano sin d’ora a prepararsi alla nuova stagione e sono ormai evidenti iniziative, posizionamenti, scelte in vista del grande appuntamento elettorale che disegnerà il nuovo Parlamento a cui toccherà tra l’altro eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
E’ stata quella al tramonto, una legislatura di stabilità, con un solo governo, con una sola Presidente del Consiglio che farà ereditare la consapevolezza della importanza di una legislatura, la prossima, anch’essa caratterizzata se possibile da stabilità politica.
Sarebbe un errore a destra sottovalutare la nascita del partito di Vannacci perché i rapporti di forza (consensi elettorali) tra le coalizioni sono così vicini che una sottrazione di consensi pure ridotta potrebbe davvero risultare esiziale per il centro destra.
Dunque grande attenzione non trascurando che una distinzione netta e definitiva tra il centro destra e la destra estrema di Vannacci assimilerebbe finalmente la coalizione della Meloni ad una alleanza di conio europeista, più vicina ai popolari europei. Questa “face lifting” non farebbe male al centro destra, lo renderebbe più credibile. Ma forse non sarebbe sufficiente.
Se Giorgia Meloni in questi anni di governo il suo l’ha fatto, ha reso Fratelli d’Italia un partito affidabile, credibile, di destra ma non post fascista, se Salvini cerca di salvare le penne del suo partito abbandonando il disegno di una Lega nazionale ripiegando verso le valli del Nord per tornare a difendere interessi e attese territoriali, incompiuta rimane la vocazione di Forza Italia.
La famiglia Berlusconi, indiscutibile azionista di riferimento, ma anche molti elettori non supporterebbero un partito stabilmente e un po’ miseramente, visti i fasti passati, all’8%, percentuale strategica ma non sufficiente a superare la subalternità alla destra della Meloni, a rendere i moderati di nuovo protagonisti.
Il punto sarà capire se Forza Italia si accontenterà di un ruolo strategico ma subalterno, di incarichi prestigiosi per i suoi esponenti ma non decisivi, abdicando ovvero al disegno berlusconiano di un partito maggioritario, di riferimento, centrista, liberale, popolare ed interclassista offrendo a tutta la coalizione un decisivo contributo interessando elettori di centro e moderati. Perché è lì che si vinceranno le elezioni.
Se davvero il progetto dovesse essere questo non è più tempo di indugi ma di atti coraggiosi, di un rinnovamento profondo e radicale, anche generazionale, non di facciata ma una ricostituzione coraggiosa, non più burocratismi ma una modernità che disegni connotati credibili, accattivanti e rassicuranti ad un partito nazionale, moderato, europeista.
Questo a livello nazionale ma anche nelle periferie che mostrano difficoltà ad aprirsi a nuove energie, trattenute da logiche antiche e autoconservative che frenano e contraddicono quello che molti, compresa la famiglia Berlusconi, auspicano.
