Alla morte di Berlusconi erano in pochi, anche tra gli esponenti di Forza Italia, a scommettere sulla sopravvivenza del partito.
Forza Italia inventata e fondata da Silvio Berlusconi che in trenta anni ne è stato l’ammirato e ossequiato padre padrone, con tutti gli esponenti di quel movimento funzionali alla linea dettata da Berlusconi, nessuno godendo di autonomia politica e se qualcuno tentava di guadagnarla non faceva politicamente una bella fine.
Era praticamente inimmaginabile pensare a una Forza Italia acefala del suo fondatore. Per di più, ancora in vita Berlusconi, nel partito già si agitavano correnti e sottocorrenti in una vera e propria lotta per la supremazia. Scomparso Berlusconi si è avuta l’impressione di un armistizio riconoscente tra le correnti interne, un annusarsi reciproco. Ma al di là delle apparenze era esagerato dire che tutto si era rappacificato.
Affidata la conduzione all’ultimo delfino, Antonio Tajani ha avuto l’accortezza di privilegiare il basso profilo, rifuggire le polemiche e lo scontro interno, preferendo le mediazioni, e così il partito ha retto la botta evitando fuoriuscite e scissioni. La moderazione, i toni concilianti, mai rissosi né ultimativi, il convinto europeismo, hanno contribuito a far lievitare la sensazione di un movimento schiettamente centrista e popolare, nella accezione europea, un necessario contrappeso al primo governo di destra-centro, accreditando il partito come movimento affidabile e credibile. Ovvero Tajani che pur non godeva di grande popolarità e neppure di una apparente forte leadership è riuscito nell’intento non solo di far sopravvivere Forza Italia senza Berlusconi ma perfino di definirne meglio i contorni come sponda liberal popolare del governo di centro destra.
Qualche prezzo è stato pagato, quello di cedere il protagonismo nella gestione della politica del centro destra alla Meloni, di consentire scorribande a destra e manca a Salvini, di apparire troppo spesso come la terza ruota di riserva del centro destra e tuttavia dopo un anno di governo il miracolo appariva compiuto tant’è che anche i sondaggi indicavano il movimento in lenta ma costante ascesa.
Poi, questione di questi giorni, la brutta faccenda del MES: l’astensione di Forza Italia che non ha avuto il coraggio della coerenza e della riaffermazione della sua vocazione europeista.
Antonio Tajani, già Presidente del Parlamento Europeo, Commissario europeo, vice presidente del Partito Popolare europeo, non ha saputo imporre una coerenza sulle scelte europee, particolarmente sul MES.
Di certo gli italiani non considerano strategico il MES, di cui in pochi probabilmente conoscono contenuti e finalità ma a livello comunitario è considerato passaggio cruciale che con l’adesione di tutti i Paesi europei ma con il proprio diniego, l’Italia impedisce a tutta l’Europa di adottarlo, trattato per altro già condiviso anche dall’Italia e dai governi precedenti.
Se il problema in sé probabilmente non è esiziale per nessuno, drammatiche le ricadute per l’Italia che, fortemente indebitata, ha necessità come il pane della affidabilità e della credibilità internazionale.
E’ stata sufficiente una decisione scellerata, dettata forse da una pulsione più ideologica che ragionata oltre che dalle pressioni esercitate dalla parte governativa di Forza Italia, a far arretrare la stessa su posizioni di retroguardia, di ininfluenza politica, che hanno determinato il ripensamento dei berlusconiani rendendone il futuro nuovamente assai incerto.
Tajani e Forza Italia non hanno capito che il governo non ha bisogno né di comprimari né di signorsì bensì di un partito leale ma anche orgoglioso del proprio europeismo e moderatismo. Ora si ritrova ad essere più suddito che alleato della Meloni e con scarsa considerazione tra i popolari europei e anche dei Paesi, tutti, che il MES l’hanno già deliberato. E tra le mura domestiche ora rischia di cedere le insegne dell’europeismo alla Bonino, a Renzi e a Calenda. Davvero un passo falso alla vigilia delle elezioni europee.

