Ormai è come una consuetudine. Ogni nuovo governo avanza una proposta di riforma costituzionale ed ogni volta l’avventura finisce male ed in qualche caso anche in modo rovinoso per chi l’ha proposta.
Non che non ci sia bisogno di un aggiornamento della nostra Carta, dopo oltre settanta anni sarebbe anche normale ma il problema è cosa fare e sopra tutto come farlo.
La proposta del governo Meloni appare sinceramente raffazzonata nei contenuti e sbagliata nel metodo.
Non esiste Paese al mondo, ci provò Israele ma dopo poco ritornò indietro, in cui il premier venga eletto direttamente dal popolo e soprattutto, come molti costituzionalisti hanno già evidenziato determinerebbe un radicale ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica con una seria ricaduta sul così detto equilibrio dei poteri, fondamentale per una sana democrazia. Altra criticità la ferma determinazione a vietare in futuro governi “tecnici” dimenticando che è sempre preferibile per una democrazia avere molte frecce nell’arco anche per risolvere passaggi politici in alcuni casi assai complicati. Troppo frettolosamente, ormai una ossessione, ci si dimentica che nella nostra storia repubblicana spesso governi tecnici o politicamente scoloriti hanno salvato il Paese da derive che invece proprio governi più schiettamente politici lo stavano conducendo.
Non parliamo poi della centralità del Parlamento già di per sé abbondantemente umiliata da governi, non solo quest’ultimo, che oltre che esecutivi sono divenuti anche legislativi con una impropria produzione di decreti legge.
Ma il punto non è solo il contenuto della riforma proposta che comunque sarà discussa, largamente emendata ma il metodo, sempre quello, che la Meloni e il suo governo propongono per l’iter della riforma costituzionale.
A colpi di maggioranza come se la riforma della Carta sia impegno esclusivo dell’esecutivo e della maggioranza, un traguardo da guadagnare per primi come se fosse un disegno di legge qualunque e non invece le regole per tutti, per il popolo italiano sia di quello di destra che quello di sinistra.
Giorgia Meloni già si è intestata il progetto e l’ha posto in testa al suo governo. Sembra di vedere un film già visto con quello che girarono Berlusconi e Renzi con il disastroso, per loro, epilogo.
L’errore di fondo è quello di pensare di puntellare l’azione di governo con la proposta di riforma costituzionale, perfino strumento di distrazione da una quotidianità complicata, rifuggendo dall’assunto che questa riforma dovrebbe vedere tutte le parti protagoniste e per di più proporzionalmente alla loro presenza nella società, evitando la tentazione della paternità di una parte politica. Ovvero la strada maestra e anche quella più rispettosa delle pluralità, sarebbe quella della elezione con sistema proporzionale di una Assemblea Costituente cui affidare il compito liberando da impegni impropri il governo ed anche un Parlamento eletto con sistema maggioritario e dunque non rappresentativo anche di tutte le minoranze che in materia debbono pur dire la loro.
Invece l’iter delle riforme inizierà con il solito metodo e le scontate contrapposizioni tra le parti politiche per esitare in un referendum che si terrà alla fine della legislatura ovvero quando probabilmente l’inerzia del governo Meloni volgerà verso l’epilogo e dunque nel momento di maggiore debolezza. Proprio quello che avvenne a Renzi, la Meloni rischierà di offrire alle opposizioni il miglior bersaglio, la più facile delle occasioni per affossare non solo le riforme ma anche il suo governo.
E’ proprio da dire che i politici con la loro presunzione troppo spesso non riescono a cogliere dalle esperienze del passato insegnamenti e suggerimenti per le loro proposte.
Uno strabismo che li porta a guardare la quotidianità e non il futuro.

