E’ un anno che dopo cinquanta anni di potere ininterrotto, la sinistra ha perso il governo della Regione dell’Umbria.
L’inchiesta sui concorsi sanitari ha provocato un’onda di indignazione popolare che ha fatto traboccare un vaso già colmo.
L’organizzazione e soprattutto la gestione del sistema sanitario si è trasformata nella emblematica immagine del fallimento del governo della sinistra dell’Umbria.
La nuova maggioranza regionale di centro destra, a trazione leghista, interpretando un sentimento largamente diffuso, ha individuato nel comparto sanitario l’obiettivo politico più sensibile e dunque il campo su cui impegnarsi per marcare la diversità rispetto al passato.
Una folta legione straniera, non umbra, scesa da Nord, con referenze sicure e declamate, sotto la direzione di un Assessore sconosciuto ai più, anch’esso con referenze politiche leghiste, è stata insediata per la gestione sanitaria umbra rassicurando che tutto sarebbe cambiato in meglio.
Non poche le attese e le speranze non tanto per una sanità da gestire meglio perché in realtà quella umbra non aveva mai evidenziato, tranne la questione delle liste d’attesa, gravi criticità, ma si sperava in meno clientele, in una gestione del personale più trasparente., meno partitocratica ed amicale.
Poi è piombato in Umbria, come in Italia, il Covid risparmiando nei primi mesi la nostra Regione ma poi investendola in modo drammatico.
Ma la gestione sanitaria dell’Umbria ormai a trazione leghista si è fatta trovare impreparata non adeguatamente organizzata rispetto al furore della pandemia.
Ci si sarebbe attesi una organizzazione più pronta, meno caotica ed incerta, magari più dirigista ma anche rassicurante.
Già a maggio si è immaginato un ospedale da campo la cui proposta di realizzazione scatenò non poche critiche che però non bloccarono il progetto, Ci riuscì invece la burocrazia, le lentezze decisionali, le titubanze, con il risultato che oggi si è dovuto in fretta e furia tirare su delle tende militari per accogliere i pazienti covid.
E dire che a fronte di poco più di 800.000 abitanti la nostra regione può contare su una fitta rete ospedaliera che poteva esser tempestivamente riorganizzata per accogliere i tanti pazienti Covid e contestualmente continuare a trattare tutte le altre patologie assistendo senza interruzione anche i malati cronici e quello bisognosi di periodici controlli.
In Umbria sono tanti gli ex ospedali dismessi e che in qualche modo potevano, almeno in parte, essere in questa situazione di emergenza utilizzati per attività ambulatoriali così da recuperare spazi più idonei alle attuali emergenze.
Medici ed operatori sanitari che oggi non si trovano potevano essere selezionati a partire dai mesi in cui l’Umbria fu in gran parte risparmiata dalla pandemia, vaccini anti influenzali, oggi introvabili, potevano essere ordinati in quantità congrue, l’effettuazione di tamponi diagnostici organizzata in modo più puntuale, la popolazione regionale preparata ed informata in modo più compiuto.
I sindaci mai coinvolti nelle decisioni cruciali non hanno potuto che farsi trascinare dalle pulsioni dei localismi non declinabili con una pandemia che non conosce confini.
Molte criticità comuni alle altre regioni ma meno comprensibili per l’Umbria che ha avuto più tempo per organizzarsi, che aveva un sistema sanitario tutt’altro che malmesso, che doveva rappresentare la cartina di tornasole del nuovo buon governo di un centro destra a trazione leghista.
In definitiva c’è da chiedersi se lo tsunami politico di un anno fa avesse risparmiato l’Umbria e la sinistra avesse ancora governato, la pandemia da Covid sarebbe stata gestita così oppure meglio? Se fosse vera la seconda ipotesi, il problema del centro destra a trazione leghista sarebbe molto serio.

