107 medici morti in Italia, 7 in Francia, 0 in Germania.
Una pandemia drammatica in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, più contenuta al centro sud.
Decine di morti nelle case di riposo.
Un bollettino drammatico che suscita perplessità e pone tante domane.
Ma davvero la sanità italiana è di eccellenza? Davvero è la migliore del mondo? E allora perché tanti morti e soprattutto tanti nel ricco, organizzato, prosperoso ed eccellente Nord, perché altre nazioni, meno evolute nella organizzazione e risposta sanitaria, ad oggi riescono a contenere meglio l’epidemia?
La sensazione è che in Italia ci si sia crogiolati troppo sulla presunta eccellenza sanitaria, la si è confusa con quella altamente specialistica ma quella di medicina generale, quella del territorio, fatta di distretti, di case di riposo, medici ed infermieri di ospedali di periferia, non è mai stata o almeno non è più una sanità di eccellenza.
La sanità regionalizzata ha significato per anni razionalizzazioni, ovvero tagli indiscriminati di posti letto e servizi, utilizzazione della riduzione dei costi come parametro di buona efficienza, la trasformazione della sanità pubblica in un concorrente di quella privata con il risultato della esaltazione dei servizi più remunerativi rispetto a quelli dagli alti costi, la possibilità di integrare per i medici i bassi guadagni con l’attività ospedaliera intramoenia e perfino extramoenia con il risultato di una strisciante e progressiva privatizzazione delle attività professionali.
Ancor oggi, incredibilmente le Regioni utilizzano la gestione sanitaria come una palestra muscolare per tentare di affermare capacità politiche o, peggio, per distogliere l’attenzione sui gravissimi ritardi che l’epidemia ha evidenziato e comunque per riaffermare quotidianamente una autonomia che ha reso l’organizzazione sanitaria nazionale peggio del vestito di Arlecchino.
In questo quadro si è drammaticamente trascurato di investire nella medicina del territorio, in quella di medicina generale, nelle RSA, si è praticamente abbandonata la medicina preventiva.
Le prime conclusioni che si dovranno trarre da questa drammatica epidemia è che sarà meglio per tutti scendere dal pero e prendere atto che non basta assolutamente avere delle isole di eccellenza in reparti di alta specializzazione quando il resto vive una quotidianità fatta di sotto finanziamenti, disorganizzazioni, assenze, disaffezioni, marginalità funzionali e padrinaggi.
