La notizia è di quelle che lasciano interdetti.
La Regione dell’Umbria presenta un progetto per un ospedale da campo di 30 posti, finanziato con tre milioni dalla Banca d’Italia.
Non è che l’epidemia consenta lo sperpero di denaro pubblico, anzi, necessiterebbe più che mai oculatezza e la migliore finalizzazione nelle spese.
Nei giorni in cui, per fortuna, l’epidemia cala di virulenza, in cui i ricoverati, particolarmente in intensiva diminuiscono, in una Regione in cui non si è raggiunta la drammaticità epidemica della Lombardia o del Veneto, qualcuno tira fuori dal cilindro il progetto e poi il finanziamento di un ospedale da campo che , è chiaro, non servirà mai a nessuno perché già non c’è più bisogno di quei trenta posti letto, perché non ci sarebbe il personale medico e paramedico da impiegare, perché non ci sarebbero professionalità adeguate al montaggio e alla manutenzione della struttura mobile, perché la stessa andrebbe poi velocemente deteriorandosi, perché alla bisogna ci sarebbero i ben più attrezzati ospedali da campo della Protezione Civile o dell’Esercito.
Un progetto sbagliato, un’idea da rivedere, soldi da non sperperare inutilmente in particolare in questo momento assai difficile.
In Umbria esistono tanti plessi ex ospedalieri abbandonati o riconvertiti: ex ospedali di Gualdo Tadino, Montefalco, Città della Pieve, Todi, Città di Castello, e altri ancora. Perché allora non individuarne uno dove investire i tre milioni resi disponibili dalla banca d’Italia per eventuali emergenze, di oggi ed anche, speriamo di no, di domani?
In questo modi si avrebbe una investimento duraturo e sicuramente profittevole da un punto di vista sociale e non incerte, inutili, strutture mobili che troverebbero posto solo ad ammuffirsi nei sottoscala dei magazzini della Regione.

