Era facile prevedere che i referendum non avrebbero raggiunto il quorum necessario per essere validi. Sono anni ormai che i referendum non raggiungono il quorum e dunque risultano invalidi. Per di più quello di domenica scorsa proponeva quesiti assolutamente tecnici, di ardua comprensibilità.
Abbiamo assistito ad un altro esercizio di “tafazzismo” della sinistra.
La sconfitta per i proponenti, la CGIL e gran parte della sinistra compreso il Pd, è stata cocente perché non si può definire diversamente un afflusso del 30% degli aventi diritto e sostenere oggi, come provano a fare gli stessi proponenti, che comunque 14 milioni di italiani recatisi al seggio sono tanti ascrivendo per altro tutti i votanti al “popolo della sinistra”, proponendo un esercizio imprudente oltre che scorretto e statisticamente sbagliato. Non si possono mischiare le pere con le mele e neppure confondere un voto referendario con uno politico. Altrettanto singolare colpevolizzare i milioni di italiani che in realtà non sono andati a votare perché lo stesso istituto referendario, come voluto dai costituenti, prevede l’astensione come terza modalità di espressione di volontà. Dunque i proponenti se ne facciano una ragione: hanno perso e sonoramente.
Ma il peggio deve ancora venire. Landini, segretario della CGIL è persona troppo esperta da non considerare che il quesito referendario non avrebbe raggiunto il quorum. Il suo obiettivo in realtà era quello di convincere, come invece non è stato, un gran numero di italiani a votare così da intestarsi la larga partecipazione, proporsi come leader della sinistra, mettere in un angolo la Schlein, fare piazza pulita dei moderati e riformisti del Pd, regolare una volta per tutte le questioni di rappresentatività con gli altri sindacati. La Schlein da parte sua non ha saputo fare meglio che essere della partita partecipando così alla sconfitta collettiva.
La bassa partecipazione ha spazzato via il progetto politico di Landini ma quello che è ancora peggio lascia da quella parte un cumulo di rovine che sarà assai difficile da smaltire.
Nel Pd la parte riformista degli ex renziani avranno finalmente capito che in quei luoghi per loro non c’è più posto, occupato com’è dall’ala oltranzista dei sindacati, dalla sinistra estrema, dai 5 Stelle e da chi è più massimalista. La CISL e la UIL d’ora in avanti guarderanno con sospetto alle iniziative della CGIL e comunque il patto di collaborazione si è definitivamente infranto. Calenda veleggerà verso approdi diversi non volendo confondersi con i vari Fratoianni, Landini e compagni, anni luce lontani dalle sue idee.
Questo è una conseguenza positiva del risultato del referendum, perché è stata sconfitta l’idea di dare una spallata alla nostra democrazia rappresentativa, parlamentare, per affidarsi ad una non meglio specificata democrazia popolare che sa tanto di regime dell’Est. Le leggi le deve fare il Parlamento e per questo va incoraggiato e stimolato oltre che renderlo autorevole e rappresentativo.
Dunque un referendum fallito, perso dai proponenti, alla faccia di 14 milioni di elettori che non è una falange politica unitaria ma semmai un grande fritto misto e che per un’altra volta ha fatto drammaticamente restringere un “campo largo” di sigle ma sempre povero di consensi che sopravvive solo nella testa di chi la politica la fa con gli alambicchi e non con l’intenzione di interpretare le attese di una società evoluta e moderna come la nostra.
Un salutare bagno di realismo, un riposizionamento di una parte del centro sinistra, un centro destra che, alla finestra, ringrazia, il gruppo dei moderati che hanno subito, per quanto ancora, il massimalismo di una sinistra poco adatta a governare, almeno da sola, con un feeling infiacchito perché troppo ideologica.
maurizioronconi@gmail.com

