Un dato di fatto: le regioni del Nord hanno saputo contrastare di meno l’epidemia del coronavirus.
Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia e Romagna e, al centro Marche, sono state l’epicentro dell’epidemia.
Senza fare polemiche politiche né ricercare responsabilità perché questo sarà un impegno ad epidemia vinta, è evidente che sarà da ripensare l’organizzazione sanitaria.
Al Sud, e in parte del Centro Italia, sorprendentemente meno colpite dall’epidemia, al di là delle denigrazioni , è rimasta una organizzazione sanitaria più tradizionale che ha i suoi punti di forza nei medici di medicina generale, nel controllo del territorio con un rapporto medico paziente più diretto e familiare, e invece meno solido nella risposta ospedaliera e in particolare, tranne importanti eccezioni, in quella della alta specializzazione.
Forse la chiave di volta è proprio questa. Il Nord è scivolato su una organizzazione sanitaria che negli anni ha favorito l’ospedalità e non solo pubblica ma anche , o soprattutto, privata, ha delegato ai privati una gestione lucrosa delle case di riposo, ha mercificato la sanità mettendo in competizione di mercato quella pubblica con quella privata.
Si avrà tempo per valutare la fondatezza di queste valutazioni ma se lo fossero ci troveremmo difronte non solo ad un grave errore politico ma perfino al fallimento di un complessivo progetto politico.
Intanto quello che sta avvenendo negli Stati Uniti con migliaia di morti, una epidemia che non frena, avvalorerebbe questa tesi.

