La politica ormai in cronica crisi di leader, di idee e perfino orfana di ideologie, prova a riscattarsi, per sopravvivere, ricorrendo alla religione, anzi al proprio Dio.
Al funerale di Charlie Kirk, se di funerale si è trattato e non di una specie di convention politica, è andato in onda il più grande ed esplicito tentativo di fare della religione uno strumento politico, anzi di trasformarla in un partito politico di massa.
Così si riscopre il nazionalismo cristiano che per forza di cose vorrebbe la nazione, culla, interprete e riferimento del credo religioso.
Questa è, vorrebbe essere, l’America trumpiana in contrapposizione con il resto del mondo e particolarmente con la francamente laica Europa, vero avversario economico, finanziario e commerciale.
Uno dei motivi per cui le distanze atlantiche in questi primi mesi di presidenza di Trump si sono enormemente dilatate, per la contrapposizione del nazionalismo cristiano americano con un esercizio democratico e laico della politica in Europa.
Ma senza illusioni. Il nazionalismo cristiano e religioso è destinato ad espandersi ad inquinare parti del mondo orfane di una politica vera, che si alimenti di ideologie e faccia riferimento a leader riconosciuti. Per la sua parte, con i suoi modi, con i suoi riti e benedizioni ortodosse, quella del nazionalismo religioso è, se vogliamo, anche la scelta di Putin. E nel nostro piccolo Salvini e in parte la Meloni declinano un nazionalismo cristiano sia pure alla amatriciana.
Il nazionalismo cristiano, in altri casi religioso, è ben distante, perfino contrapposto all’umanesimo cristiano a quella esaltazione della dignità dell’uomo che ha tra le conseguenze un approccio caritatevole e solidale tra l’altro verso gli immigrati, la declinazione della pace senza alternative, la condanna del bellicismo.
Non è un caso che un campione moderno del nazionalismo cristiano, il defunto Charlie Kirk e il suo Presidente Trump, abbiano un approccio assai rude, anche di crudele indisponibilità verso il fenomeno migrazionale, il bellicismo come strumento di affermazione del loro nazionalismo.
Ritornando al nazionalismo cristiano contrapposto all’umanesimo cristiano non ci sono dubbi che l’interpretazione autentica della pratica religiosa sia quella suggerita dai Pontefici romani che si sono succeduti almeno negli ultimi cento anni dopo l’archiviazione definitiva del potere temporale della Chiesa.
Rilanciare oggi il nazionalismo cristiano, che tra le diverse forme di nazionalismi è il più pericoloso perché tende a riferire scelte politiche e dunque terrene alla trascendenza, è il paradigma più evidente di una crisi sostanziale della politica e la ricerca di scorciatoie giustificatorie per scelte politiche spesso meno che ortodosse.
Il venir meno del multilateralismo sostituito dal nazionalismo, del solidarismo, sostituito dal fanatismo religioso, retrocede improvvisamente il nostro tempo verso anni bui già visti e sofferti alla cui deriva bisogna resistere e non considerare ineluttabile.
Grande ruolo in questo senso potrà avere l’Europa a patto che sia unita e decisa, che non si faccia dettare l’agenda da chicchessia, mai servile verso il trumpismo, inflessibile verso l’imperialismo di Putin, con la schiena dritta e con il coraggio necessario.
Non ci sarà bisogno di esaltare il laicismo bensì una degasperiana laicità della politica, la distinzione fra l’esercizio religioso, la propria fede, con scelte politiche sensibili ma mai succubi del proprio credo, non clericale, che aiuti a superare quei populismi che da sempre allignano tra le pieghe del nazionalismo religioso.

