Non sono tra quelli che oggi imputano la rovinosa sconfitta del centro destra solo alla Presidente Tesei. Anzi, credo che la ex Presidente sia stata la vera vittima di una serie di fatti alcuni dei quali non completamente giustificabili.
Già all’inizio della legislatura l’aver imposto da parte del suo segretario politico, per l’assessorato più importante e delicato, quello della sanità, un esponente proveniente dal Veneto e dunque non particolarmente informato della situazione umbra e soprattutto mortificando attese, ambizioni ma anche professionalità umbre, non rappresentò un buon viatico di partenza. Il resto lo fece il Covid.
Che la ex Presidente non fosse una campionessa di empatia non è che gliene se ne possa fare una colpa specifica e tuttavia i collaboratori più stretti avrebbero dovuto supplire a questi impacci magari con presenze, disponibilità diverse degli assessori oppure convincere la stessa Presidente ad approcci diversi magari fatti di meno impegni fra le mura di Palazzo Donini e più presenze tra la gente, nelle aziende, nelle associazioni, negli ospedali. Invece nessuno se ne è preoccupato.
Da tempo, almeno un anno, si parlava in modo preoccupato di un indebolimento del consenso della Presidente anche collegato al declino del suo partito, la Lega, eppure questa debolezza intrinseca non ha convinto i maggiorenti del centro destra umbro ad intervenire in modo deciso ma anzi si sono appecoronati ai diktat romani, alle bizze salviniane, come se in politica fosse lesa maestà ricercare nuovi equilibri e nuovi protagonisti capaci di interpretare meglio la realtà che cambia. I politici umbri si sono dimostrati più preoccupati a non disturbare i nazionali leader più attenti agli equilibri di governo che ad una regione di 700.000 abitanti.
Eppure il filotto delle sconfitte nei comuni di Spoleto, Terni, Città di Castello, Assisi, la vittoria per il rotto della cuffia a Foligno ed infine Perugia, avrebbe dovuto suggerire una immediata cura da cavallo nei confronti del centro destra. Invece la sola cosa che non è mancata è stata una diffusa pavidità, un continuismo, che in politica è la rogna più grave e foriera di sicure sconfitte. Per argomentare in positivo è mancato il coraggio, la pulsione adrenalinica a rischiare, a mettersi in gioco. Ha vinto un rassicurante, eterno status quo che è una situazione che in politica non può esistere.
Lo straordinario successo personale di Andrea Romizi con le migliaia di preferenze raccolte potrebbe rilevarsi un fenomeno fine a sé stesso senza alcuna incidenza nella politica regionale. Ora Romizi rischia d’essere un consigliere d’opposizione alla stregua di un suo collega eletto solo con qualche centinaio di preferenze mentre le migliaia di preferenze espresse verso la sua candidatura assumono anche il significato di un voto liberatorio ma anche di protesta nei confronti di una possibile candidatura alla Presidenza della regione che non è stata voluta proprio dal centro destra.
La conclusione è che questo rosario di gravi errori, mancanze, disattenzioni in realtà potrebbe non essere conseguenza di casualità ma generato da una complessiva e generale volontà cospiratoria che ha immaginato sin dall’inizio della passata legislatura l’Umbria non una regione da governare bene ma un territorio da esibire e da usare come strumento per trattative politiche ed equilibri tra le forze del centro destra.
Ammetto che non è che questa sia una tesi certa ed acclarata ma diversamente dovremmo giustificare tutto quello che è stato con una dose cavallina di presunzione, incapacità, presupponenza e pavidità.
Non so quale delle due tesi sia più accettabile ed assolutoria per il centro destra.

