In pochi l’avevano capito ma poi con la schiettezza che la distingue, la stessa Meloni ha attribuito a sé stessa la decisione non concordata con gli alleati, di imporre una tassa sugli extra profitti degli Istituti bancari.
Non è che siano in molti a difendere le banche, almeno quelle di oggi ben diverse da quelle di un secolo fa che in Italia nacquero, spesso per volontà di preti lungimiranti, con finalità cooperativistiche e per favorire l’accesso al credito di contadini, riscattandoli dalla povertà.
Oggi le banche sono imprese, spesso perfino multinazionali, che di certo supportano le imprese e gli imprenditori ma anche finanzieri con pochi scrupoli e soprattutto se stesse guardando più ai bilanci che al loro ruolo sociale. Di altruismo e solidarietà se ne vede poco.
Ma dalle banche e dai loro profitti di oggi, perché ci sono state nel passato anche congiunture assai più complicate, passare ad una tassa retroattiva che per altro non solo per definizione ma per molteplici e mai smentite sentenze, è incostituzionale, ci passa.
Giorgia a piè pari, in un fulmineo Consiglio dei Ministri, ha ignorato il fatto, non certo secondario, che grazie agli istituti bancari riusciamo a sostenere il nostro debito pubblico davvero monstre, che le Banche ora cercheranno di recuperare la gabella degli extra profitti aumentando la pressione sui risparmiatori e dunque causando un possibile impoverimento dei cittadini.
Al di là delle questioni nazionali ancora più gravi le conseguenze su livello internazionale.
La Banca Europea ha già manifestato tutta la sua contrarietà a questa manovra fiscale, l’imposizione di una tassa retroattiva rende per forza di cose il nostro Paese poco credibile e poco attrattivo da parte degli investitori esteri che non solo investono ma anche acquistano titoli del nostro debito, ci siamo posti fuori dai binari del bon ton finanziario internazionale quando siamo in attesa dei miliardi del PNRR.
Oltre a queste non piccole questioni, la riflessione si fa politica. Appare con tutta evidenza come sia attuale un duro confronto tra una destra sociale e una destra liberale e sino a quando la Meloni e Fratelli d’Italia non avranno risolto questo dilemma, non avranno compiuto le loro scelte, la politica economica ma anche sociale del nostro Paese assomiglierà ad un Giano Bifronte senza alcun vantaggio per scelte decisive ed incisive.
Infine, non aver comunicato la scelta ai suoi ministri, la chiara contrarietà del Ministro dell’economia Giorgetti, la marginalità nel processo decisionale del liberale e popolare vice Presidente Tajani e del suo partito, l’utilizzo di Salvini a mo’ di testa d’ariete sia a fini interni del suo partito sia nell’insieme della alleanza, non gioveranno alla attività di governo.
Ritorniamo al tema di fondo. Giorgia Meloni dovrà, e i tempi sono oramai stretti, dire se il suo è un governo con timbro liberista – liberale sia pure conservatore e di stampo moderato, oppure i richiami di una storia e anche di un impegno politico, nazional sociale, tentato di rincorrere attese e ricette di una sinistra alla ricerca di un suo ruolo.
Il tutto in questi giorni torridi ferragostani, con una sorta di timidezza o di incertezza del leader di Forza Italia che obbiettivamente ha subito un assai grave smacco politico e che ora si riserva di presentare scialbi emendamenti al decreto.
Nella prima Repubblica un siffatto sfregio politico, una decisione fondamentale e non concordata come quella assunta sugli extra profitti, avrebbe determinato con molte probabilità una salutare crisi politica che avrebbe finalmente consentito un definitivo chiarimento su quali sponde poggiare l’azione di governo.
Ma questa non è la Prima e neppure la Seconda Repubblica. Vedremo se avrà dignità politica per essere la Terza Repubblica.

