Dal Corriere dell’Umbria del 5 marzo
In Italia viviamo una anomalia che non è stata sufficientemente valutata e considerata.
Dai quotidiani, dai media, i politici, soprattutto quelli di una parte, con una comunicazione incessante, esaltano che mai nel nostro Paese l’occupazione ha raggiunto i massimi come mai da decenni, che il tasso di disoccupazione è ai minimi. D’altra parte, nel nostro piccolo, se abbiamo bisogno di un artigiano, falegname, idraulico, muratore che sia, non parliamo di collaboratrici domestiche o badanti, la ricerca si fa difficile e spesso infruttuosa. Non sono pochi gli esercizi commerciali o di ristorazione che non riescono a reperire sul mercato collaboratori. Non parliamo delle attività agricole ormai in larga parte affidate a manodopera straniera.
A fronte di un alto tasso di occupazione, l’altra faccia della medaglia è data da un prodotto interno lordo che non aumenta e che anzi regredisce ai livelli degli anni del covid.
Come è possibile dunque che si declini questa contraddizione di una piena occupazione con una ricchezza nazionale che invece non cresce.
Gli economisti ci spiegano che questo fenomeno consegue ad una occupazione dovuta a lavori con scarso valore aggiunto e conseguentemente con salari che rimangono tra i più bassi d’Europa. Molti giovani laureati e anche diplomati, quelli che potrebbero garantire lavori di alta qualità, preferiscono migrare all’estero perché meglio remunerati e con una qualità della vita più elevata.
Gli esperti ci dicono anche che a fronte della scarsità di manodopera reperibile, molte aziende preferiscono incentivare la permanenza al lavoro di dipendenti anziani, in età di pensione, bloccando un vitale turnover e non favorendo né la modernizzazione né livelli salariali adeguati.
Tutte situazioni che contribuiscono alla stagnazione della nostra economia, di un Paese sempre più pigro e disattento alle novità, punto ambizioso, poco propenso al rischio imprenditoriale.
Ma c’è anche un’altra ragione, forse quella più importante, quella che è causa davvero di una economia che non cresce più.
Si è persa l’etica del lavoro, non si considera più l’occupazione, qualunque essa sia, principale strumento di promozione individuale, sociale, economica ma solo un momento della vita, necessario ma non centrale.
Da questo derivano comportamenti di scarsa professionalità, che impediscono l’offerta di valori fatti di puntualità, rigore, capacità, soluzione dei problemi, lavori ed impieghi, eseguiti e svolti, come si diceva un tempo, a “regola d’arte”.
Quotidianamente ci confrontiamo con inutili e dannosi orpelli burocratici, con una offerta di prestazioni mediocri, spesso non risolutive, lentezze e anche incapacità. Non c’è l’entusiasmo del lavoro ma solo una grigia quotidianità.
Un insieme di fattori che incidono negativamente sulla produttività, che la zavorrano, che impediscono che si guardi al futuro e non solo al presente o peggio al passato, che il nostro Paese rimanga al passo di tanti altri, non solo europei ma anche orientali.
Per tutto questo grande responsabilità e futuro impegno non solo a carico delle famiglie, primo e fondamentale nucleo educativo, ma soprattutto della scuola che non dovrebbe più limitarsi a proporre nozioni e conoscenze ma insegnare anche comportamenti e favorire la maturazione di consapevolezze.
Un impegno difficile ma ormai essenziale da riscoprire per proiettare il Paese verso un irrinunciabile futuro.

