Alla fine della terribile pandemia da coronavirus non pochi saranno gli insegnamenti da trarre.
Il più importante è che l’organizzazione sanitaria non può essere parcellizzata, con responsabilità regionali e con i presidenti di ciascuna regione convinti di poter decretare autonomamente e senza un coordinamento nazionale.
Una pandemia non ha confini nazionali e figuriamoci se distingue quelli regionali.
Non si va alla ricerca di responsabilità particolari ma è evidente che un sistema sanitario come quello italiano non può più permettersi una “responsabilità diffuse” e neppure standard diversi tra le regioni.
Alle regioni dovrà essere riservato solo il controllo degli approvvigionamenti ma le scelte, l’organizzazione complessiva, il livello di risposta, il numero di posti letto complessivi e per specialità, la congruità del numero e delle capacità del personale, dovranno essere nella responsabilità unica di un Dipartimento nazionale.
Sarà necessario infine ridefinire linee di intervento complessive da attuare nei casi di gravi epidemie così che il territorio nazionale con la sua ramificata organizzazione sanitaria e di protezione civile abbia protocolli di intervento ben chiari.
Quello che sarà da evitare un singolare e rischioso coro polifonico in cui ogni presidente di regione immagina d’essere il solista. Quello che è avvenuto in questa occasione deve bastare ed avanzare e deve segnare la fine di un regionalismo che assomiglia troppo alla anarchia oltre che alla approssimazione.

