Corriere dell’Umbria del 23 luglio
Non recentemente ma non più di un mese fa la Banca d’Italia ha pubblicato il Rapporto annuale sulla economia umbra e a fronte di indicazioni assai interessanti, ha stentato molto un pur doveroso dibattito ed approfondimento, anche da parte delle Istituzioni regionali, conseguente all’attuale stato delle Istituzioni regionali e generalmente della politica.
La Banca d’Italia ci offre un quadro dell’economia regionale preoccupante con una economia, soprattutto negli ultimi mesi dell’anno, che ha rallentato non poco, con un PIL che rimane al di sotto della media nazionale.
La congiuntura negativa ha determinato una diminuzione degli investimenti da parte delle aziende che hanno accusato una contrazione dei margini e soprattutto un aumento del costo dei finanziamenti.
I consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale minore rispetto al complessivo dato nazionale a causa di una diminuzione del reddito reale conseguente alla inflazione.
Gli unici settori caratterizzati da segno positivo sono l’edilizia, trainata dal 110% e dagli investimenti pubblici e il turismo che ha goduto di una ottima congiuntura nazionale.
Marcata la contrazione del mercato del credito, vero indicatore dell’andamento della economia, conseguente anche alla desertificazione ormai totale di Istituti di credito locali assorbiti da grandi banche nazionali.
Questi dati confermano il progressivo e speriamo non ineludibile scivolamento dell’Umbria verso il sud del Paese, complice anche un marcato invecchiamento della popolazione e una diminuzione della forza lavoro. Un modello regionale di sviluppo obsoleto che dal post industriale non ha saputo convertirsi né in un moderno terziario e neppure in distretti produttivi avanzati
Quello che sarebbe l’epilogo più drammatico di questa situazione è limitarsi a registrarla, tentazione frequente e non invece interpretarla ed intervenire, prima con una seria ed approfondita analisi delle responsabilità, poi nella ricerca di non facili soluzioni.
La crisi di questa Regione non è fenomeno recente ma ha radici profonde ed articolate e proprio per tali motivi sarebbe necessaria una nuova e grande stagione fatta di approfondimenti, studi e proposte che alla fine offrano alle Istituzioni e ai politici la proposta di un “nuovo modello di sviluppo” considerato che i vecchi o non ci sono o sono così vetusti da essere davvero inutilizzabili, dei veri pezzi di antiquariato programmatorio.
Si tratterebbe di un lavoro complesso ed impegnativo non solo per chi sarebbe chiamato ad impostarlo e proporlo ma anche per i politici chiamati poi a maneggiarlo. Occorrerebbero protagonisti di larghe vedute, con solido livello culturale ed amministrativo, attrezzati ad evitare le trappole della demagogia e del populismo ma pronti a scelte perfino impopolari.
Una fatica di Sisifo ma anche uno sconfinato amore per la nostra terra in un momento in cui ci dovrebbe essere la disponibilità da parte di tutti. Senza dimenticare le eccellenze della nostra Università che dovrebbe assumere un ruolo di deciso protagonismo nell’approfondimento prima e nella proposta successiva.
I tempi potrebbero essere favorevoli visto che ci avviamo al rinnovo della Assemblea regionale e quello del “modello di sviluppo regionale” potrebbe essere il campo del primo e fecondo confronto tra partiti e schieramenti.
Non è facile però essere ottimisti sull’andamento dell’economia regionale e ancor meno rispetto alla capacità di affrontare la questione. Se però si riuscisse nell’impresa sarebbe una grande occasione non per una parte ma per tutta l’Umbria.

