In molti si aspettavano dalla elezione del nuovo Presidente della Repubblica di riconoscere i vincitori ma anche e soprattutto i vinti.
Una vera e propria disfida complicata e seguita con morbosa attenzione dagli italiani, un diuturno palcoscenico per i grandi elettori impegnatissimi ad imbucare quotidiane schede nella vellutata urna di Montecitorio ma anche a scattare selfie per pubblicarli sui social, tronfi ma anche un po’ vacui dell’onore che gli toccato nel partecipare al festival della Repubblica. E poi giornalisti di ogni testata e risma, sempre in Tv a predire, proclamare e mai azzeccare previsioni.
Appunto, ma chi sono i vincitori e i vinti.
Così a caldo, anzi ad urna ancora calda, non si intravedono assolutamente vincitori ma una schiera di vinti impavidi perfino, causa della loro impotenza ed incapacità, nel salire lo scalone del Quirinale per prostrarsi al Re, perché 14 anni sono un Regno non una Presidenza, Mattarella.
Tutti vinti a cominciare da Salvini che in una settimana è riuscito a dare il peggio, a far capire di quale inconsistenza sia fatto, di quale presunzione vacua sia. Nomi illustrissimi proposti che scomparivano nel giro di poche ore, dichiarazioni farlocche inanellate come i grani di un rosario, sicurezze ostentate difronte ad una realtà fatta di confusione certificata. Un disastro, un futuro, il suo, ormai incerto con Giogetti in agguato.
La Casellati, niente popò di meno che Presidente del Senato, ridicolizzata nella sua ambizione fuori misura con l’apporto straordinario e determinante del solito Salvini. In coppia i due, se avessero un pizzico di pudore, dovrebbero andare a riparare in qualche atollo a spiare i loro errori.
Letta ha ancora una volta manifestato tutta la sua mediocrità. Non gli è riuscito neppure nascondersi dietro l’ombra del portone del Nazzareno, non è riuscito a tirare fuori lo straccio di un nome, sempre a rimorchio pure di capitani del nulla. E non ci venga a dire di aver vinto con Mattarella perché la riconferma dello stesso è solo la certificazione autentica dell’incapacità dei leader a costruire uno soluzione nuova ed accettabile.
Conte, un “Franceschiello” ignorato da tutti ma soprattutto dai suoi. Inesistente tranne che per la sua nullità politica. Prima per lo meno era gradevole nella voce e nella presenza, oggi che è diventata goffa non c’è rimasta neppure quella.
A Berlusconi va l’onore delle armi, non per quanto ha fatto soprattutto nei tragici giorni della sua autocandidatura, ma per la malattia che lo costringe al San Raffaele che gli ha impedito, contrariamente alla sua volontà, di partecipare al tragico teatrino.
Giorgia Meloni, continua a fare la schizzinosa, a chiamarsi fuori ma così conferma la vocazione sua e del suo partito ad una specie di auto conventio ad excludendum che sottende o incapacità propositiva o peggio un richiamo irresistibile ad una affezione fascistoide che gli precluderà ogni esperienza di governo e accelererà la sua sfioritura politica.
Di Renzi non si può parlare male. E’ vero che non è vincitore neppure lui ma almeno, nonostante potesse contare su pochi numeri, proposte e parole di senso le ha fatte e le ha dette. A lui il merito di aver impedito quello scempio della Capa dei Servizi segreti a Capo dello Stato. Si conferma, in questa valle di lacrime della politica italiana come l’unico di spessore.
Per ultimo. Mario Draghi. Era il vincitore annunciato, senza rivali ma alla fine si è dovuto acconciare, si fa per dire, a continuare a frequentare Palazzo Chigi invece del Quirinale. A Draghi è mancato il coraggio, il colpo d’ala, la voglia di mettere da parte la sua apparente mitezza e sostituirla con una feroce e anche un po’ sfrontata determinazione. E dire che aveva in mano tutte le armi necessarie per vincere.
Mattarella, il vecchio e nuovo Presidente. Di certo non vincitore perché a ottanta anni dovrà continuare a passare in rassegna tutte le grane degli italiani, una fatica e una preoccupazione che probabilmente, anche lui, mettendo da parte la sua mitezza, avrebbe evitato sferzando e mettendo difronte alle loro responsabilità leader e partiti.
Mi si permetta alla fine di proporre un encomio, l’unico, a Pier Ferdinando Casini. Sapevamo, da tempo della sua ambizione, conoscevamo le sue capacita ed anche qualche difettuccio, di certo la certezza che sarebbe stato un bravo Presidente della Repubblica. A differenza di altri candidati ha saputo esercitare il ruolo con discrezione, prudenza, eleganza e soprattutto si è tirato indietro quando era giunto il momento, anzi, un attimo prima. Come in politica solo sanno fare i cavalli di razza.

