Se della peste del 1630 abbiamo notizia dal Manzoni, oggi del Coronavirus (che per fortuna peste non è!) abbiamo notizia da tutti. Miliardi di notizie ogni istante da tutto il mondo, da telefonini, dai social, dalle Tv, dai giornali, che ci arrivano mentre lavoriamo, dormiamo, ci divertiamo, ridiamo, piangiamo, pranziamo, digiuniamo: sempre.
Solerti informatori sono tutti: giornalisti, politici che si mettono o tolgono la mascherina, virologi in carriera o pensionati, bravi o arruffoni, ma anche studenti, operai, professionisti, casalinghe, barbieri e agricoltori, tutti si sentono in grado di esprimere e poi pubblicare al mondo le loro ferree convinzioni nonostante che ben poco sappiano di cosa sia un virus o della differenza tra varicella e raffredore.
E questo avviene da tutto il mondo, un po’ meno al momento dalla grande Africa e non solo per una carenza di strumenti di informazione ma perché c’è mancanza di strumenti di diagnosi.
Questo il vero dramma della vicenda: una infezione trattata a livello globale, mondiale con ignoranza, con supponenza, veicolando informazioni spesso false, fuorvianti, che ignorano la realtà.
Abbiamo trasformato una infezione di media gravità nella peste degli anni 2000, in un fenomeno che sta sconvolgendo il pianeta non per la gravità della infezione in sé ma per una rissa inimmaginabile di notizie che ci convincono di tutto e del contrario del tutto.
